Lo spogliatoio della palestra

-“Bello questo vestito! Bellino davvero”

-“Grazie…sai alla fine il vestito non è nulla di che, è la fantasia che è sempre attuale.”

-“No ma guarda bellino davvero.  Poi questa fantasia va bene un po’ per tutte le stagioni”

-“Sì davvero, poi oh alla fine è un sacco con le maniche”

-“Ma le maniche sono a 3/4?”

-“No a 7/8! Ormai sono diventata esperta”

-“Ah davvero?”

-“Sì perché queste arrivano quasi al polso, il 3/4 arriva al gomito”

-“Davvero! A me lunghe non piacciono le maniche”

-“Nemmeno a me, sai l’ho presa dove lavoro, è difettata”

-“Oh indove?”

-“Dove lavoro ora! Su mille pezzi tre o quattro sono difettati e li buttano. Poi che c’entra, bisogna avere fortuna, dev’essere il vestito che ti piace e la taglia che ti sta”

-“Ma guarda! Bellino davvero”

-“Grazie”

Questo intendo quando dico “parlare di niente” e che per farlo ci vuole talento. Io di talento non ne ho nemmeno 3/4.

Le file

Sono in fila.

Penso al fatto che le consapevolezze più grandi le acquisiamo mentre facciamo altro, specialmente quando siamo in dei nonluoghi, tipo in fila alle poste, in ascensore, sull’autobus.

Seduto vicino a me, c’è un signore, giovane, si sente solo la sua voce. Parla con tutti e fa ridere tutti.

Si alza, tocca a lui, va al bancone per pagare, passa un tizio e comincia questo scambio:

“Ciao Franco!”

“Oi, ciao ! Allora?”

“Eh..il solito. Son tornato ora dall’ospedale”

“Eh, come procede?”

“Bah, il solito, radio, chemio, così.”

“Eh”

“Oh, per assurdo lui è quello più forte di tutti”

“Quanti anni ha adesso?”

“Dodici”

Io ho sempre fame, tranne adesso, adesso ho solo voglia di stare fuori ed andare in un sacco di luoghi.

 


(L’opera che vedete è di Laura Pagliai, si intitola “Cerco un centro di gravità permanente. Ma ho l’umanità”. Il suo progetto artistico si chiama D’arte e resti, potete trovarlo qui: https://www.facebook.com/darte.lav/ )

 

 

 

Programma elettorale in due comodi punti

Io faccio l’educatrice.

Mi piacerebbe vivere in un mondo dove nessuno augura ai miei bambini di tornare a casa propria.

I motivi sono due:

1- Dove vanno i “miei” bambini vado io, ed io nei posti dove ci sono i ragni grossi non ci voglio andare.

2- La casa dei bambini è dove sono amati, ma tutti nel mio bilocale non ce li posso infilare.

Votatemi.

Marco se n’è andato e non ritorna più

Una sera come tante, esco in macchina, guido per le vie di una città come tante, non tanto piccola e non tanto grande, sicuramente una città curiosa, proprio come la storia che sto per raccontarvi.

Arrivo ad un semaforo, rosso, mi fermo. Ho cinque macchine davanti a me. Un uomo a piedi, fermo davanti al semaforo, inizia a camminare e guarda dentro tutte le macchine, dentro al finestrino lato passeggero.

L’uomo che cammina è anziano, gracilino, magrissimo. La cosa inizialmente un po’ mi spaventa, ma poi, considerando che avrei potuto stenderlo con uno starnuto, mi tranquillizzo.

Si ferma a guardare anche dentro la mia macchina, faccio finta di niente, a quel punto torna indietro ed il semaforo diventa verde. Probabilmente è una cosa che fa spesso.

Proseguo, arrivo dove devo arrivare e parcheggio. La cosa mi ha incuriosita quindi chiedo in giro informazioni. Viene fuori che quell’uomo fa così da molto molto tempo, a volte è stato anche aggredito per questa sua strana abitudine, ma nonostante tutto, imperterrito, prosegue.

Quest’uomo si chiama Enzo Tesi. A quattordici anni incontrò Marco Gori, sedicenne pisano, e tra i due sbocciò un amore travolgente e tenero, come solo quell’età riesce a regalare.

A quei tempi, stiamo parlando del 1956, si tendeva a reprimere con ogni mezzo l’omosessualità quindi i due ragazzi tennero segreta la loro relazione, fino a quando, durante una festa di paese, non furono visti scambiarsi un piccolissimo bacio sulla bocca. Pensavano di essersi nascosti molto bene, ma non era così.

Il padre di Marco, che temeva per la vita del figlio, decise di cambiare città, il suo lavoro glielo permetteva. Nel giro di due settimane erano pronti per il trasloco. Marco riuscì un pomeriggio a sfuggire alla sorveglianza del padre e a raggiungere Enzo, per lasciargli una lettera e salutarlo. Nella lettera c’era spiegato tutto, che lui e la famiglia si sarebbero trasferiti a Milano, sarebbero partiti alle nove del giorno successivo, ma che presto lui sarebbe tornato per il suo Enzo e sarebbero scappati insieme.

Enzo la mattina dopo andò a salutare Marco, anche se così avrebbe sicuramente creato un caso di stato, ma non gli importava, tanto, peggio di così!

Stava per arrivare a casa sua che ancora non erano le nove ma vide passare una macchina, dentro c’era Marco, seduto al lato del passeggero accanto a suo padre. Ovviamente nessuno fece niente, si guardarono solamente, Enzo vide che Marco aveva un occhio nero e lo sguardo triste, mentre il padre fulminò Enzo con lo sguardo.

I genitori di Enzo furono molto più drastici, lo obbligarono, sotto consiglio del medico di famiglia, ad intrattenersi con delle prostitute, cosa che ovviamente ebbe uno scarso successo, e successivamente a subire un elettroshock.

Dopo questo trattamento Enzo tornò a casa, non mostrò più comportamenti “deviati”, come furono definiti dai medici, quindi nessuno vide la necessità di un ulteriore trattamento. Il problema era che Enzo non mostrò più nessun comportamento, si svegliava, si vestiva, mangiava. Non faceva altro. Non parlava, non mostrava emozioni, non mostrava interesse. Faceva solo una cosa. La sera, dopo aver cenato, usciva, tornava nella strada dove avava visto passare la macchina di Marco e guardava dentro tutte le macchine.

Sono ormai 62 anni che Enzo controlla i finestrini delle macchine, in questi 62 anni ha visto le vite di tutti, gli amori di tutti. Forse non parla perché quelle storie le vuole conservare per se, sta in silenzio per farle depositare in fondo allo stomaco, in modo che ogni pezzettino delle storie d’amore degli altri vada in qualche modo a costruire la sua. Chissà se qualche volta ha visto il suo Marco in quelle macchine, forse aspettava ancora il Marco sedicenne e trovandolo adulto non l’ha riconosciuto, forse Marco se n’è andato e non è più tornato. Forse la Pausini deve dei diritti d’autore a quest’uomo del semaforo.

La prova del nove

Ho passato la mia vita, da quando ho più o meno 12 anni, ossessionata dalla prova costume. Mi mette in imbarazzo ammettere questo, mi piace emanare un’aura di donna sicura di se, ma purtroppo è così.
Seno piccolo, fianchi stretti, busto alto, capelli lisci. Ho sperato con tutta me stessa di diventare così un giorno, ma dato che la scienza fa miracoli ma non di questo tipo, mi son dovuta attaccare al tram insieme al mio fisico giunonico e ai miei capelli scomposti.
Probabilmente la cosa che più di tutto mi ha ferita è stato il dover smettere di correre. Non solo ero diventata grande per fare certe cose che le signorine non fanno, ma proprio non potevo più farle, non riuscivo, il mio corpo mi intralciava.
Gli anni sono passati e un pochino con questa roba qui ci ho preso dimestichezza, ma ‘sta prova costume proprio…
Ad un certo punto arriva questa tipa, Stefania Ferrario, 23 anni, che fa la modella. Io, che di moda sono quasi completamente digiuna, la vedo e penso “BOM!”
Probabilmente invece di superare la prova costume avrei dovuto preoccuparmi di superare gli stereotipi.
Questa estate sarà la prova del nove, non solo posso “sentirmi tranquilla” in costume, ma posso anche sentirmi bella, ero convinta non mi fosse permesso.

Mi piaci (quasi sempre), di Anna Llenas

“Lollo e Rita sono molto diversi. Lui è un onisco e lei una lucciola.”

“Mi piaci (quasi sempre)” di Anna Llenas , è un inno alla diversità. La storia di Lolo, un onisco (il porcellino di terra, tanto per capirsi), e Rita, una lucciola, è piena d’amore ma anche di difficoltà. Si vogliono molto bene e si piacciono proprio perché sono così diversi. 

Chiunque abbia avuto un rapporto di coppia, chiunque abbia avuto un’amicizia molto stretta, sa di cosa stiamo parlando. Spesso ci avviciniamo all’altro proprio perché compensa quello che noi non siamo, vediamo nell’altro le caratteristiche che noi non abbiamo ma che vorremmo avere. Spesso, a lungo andare, possiamo accorgerci anche che questa può diventare una situazione irritante.

 

A questo punto ognuno di noi si trova davanti ad una scelta, abbandonare la nave o proseguire? Se decidiamo di proseguire dobbiamo mettere in atto una serie di comportamenti per trovare la giusta misura, ed è quello che faranno i protagonisti di questa storia per continuare a stare insieme.

Ovviamente non possiamo delegare ad un libro il compito di educare un bambino molto piccolo alla diversità, ma ci è chiaro subito come questo libro ci mostri i punti chiave di una salda relazione: cercarsi, conoscersi ed essere capaci di fare compromessi.

Come altre opere della Llenas “Mi piaci (quasi sempre)” è un ottimo promemoria anche per gli adulti.

 

 

IN BREVE:

Titolo: Mi piaci (quasi sempre)

Autore e illustratore: Anna Llenas

Editore: Gribaudo

 

Scacchi alluvionati, scacchi fortunati.

Era il 1992, avevo 6 anni.

Dove abitavo arrivò l’alluvione. Ho dei vaghi ricordi di quell’episodio, ma uno è rimasto indelebile nella mia mente: la puzza.

La puzza è uno dei ricordi che hanno quasi tutti i miei coetanei. Ci avevano tenuti tutti lontani il più possibile dall’acqua. Chi aveva potuto era rimasto chiuso in casa e chi invece era stato colpito era stato spedito da nonni o amici, con i giocattoli superstiti rimasti. Eppure, quasi tutti, ci ricordiamo la puzza tremenda dei giorni successivi e poco altro.

Mio nonno era riuscito a salvare la scacchiera dall’alluvione. L’aveva raccolta dall’acqua, lavata, asciugata, e ci giocavamo insieme. Era di legno e puzzava di umido, ha puzzato di umido per anni, forse puzzerebbe anche adesso se la potessi annusare. Mio nonno mi insegnò a giocare a dama, mi piaceva, ma io volevo giocare a scacchi, gli scacchi erano molto più belli della dama.

“Sei troppo piccola, quando sarai grande ti insegnerò”.  Forse perché il tempo non gli è bastato, o forse perché non gli sembravo mai grande abbastanza, sta di fatto che alla fine ho imparato da sola a giocare a scacchi.

Non so se voi sapete giocarci, ma scommetto che una cosa l’avrete certamente notata, quando si impara da soli a giocare a scacchi si rimane quasi sempre un passo indietro agli altri.  Chi impara a giocare da qualche familiare solitamente impara anche i trucchetti insieme alle regole, non sempre, ma spesso è così, almeno per me è stato così. Niente trucchetti e niente accortezze. Il grosso del gioco si impara con la pratica e se ti manca con chi farla puoi tranquillamente abbandonare alfiere e cavallo.

Oltretutto gli scacchi sono il gioco da maschi per antonomasia, quindi uscite le tette finita la pacchia. No, ok, non è vero, quella delle tette è una scusa, la verità è che a giocare sono una pippa e quando perdo mi arrabbio terribilmente e quindi nessuno vuole giocare con me.

Comunque, per farvela breve, va a finire che a nessuno dei miei amici piace giocare a scacchi, o meglio tutti dicono cose come “oh sì, bello, mi piacerebbe tantissimo” ma poi nessuno ci gioca mai, almeno con me. Magari a mia insaputa fanno dei segretissimi tornei, non lo so.

Adesso a scacchi non ci gioco mai, ho perso completamente la mano, e sapete cos’è che mi manca più di tutto? Il momento prima della mossa iniziale, quando guardi la scacchiera intonsa, tutto è possibile, ed è esattamente in quel momento che io mi sento finalmente grande abbastanza, il momento in cui, ovunque io sia, sento puzza di umido.

Giovedì!

Oggi si ricomincia!

Scusate l’assenza ma le cose, anche se brevi, vanno fatte per bene.

Da oggi pubblicherò solo un giorno alla settimana, il giovedì.

Perché il giovedì?

Il giovedì mi piace, è un giorno senza un’identità precisa, se non l’attesa. Il lunedì ne ha fin troppa d’ identità, il martedì è il giorno in cui ti riprendi, il mercoledì è il giorno di mezzo, il venerdì è l’ultimo giorno, senza parlare poi del sabato e della domenica. Ma il giovedì?

Il giovedì è, appunto, l’attesa. Il giorno prima del venerdì, sai che ci sei quasi, inizi a caricarti per il grande salto, pensi che il peggio sia passato, ma ancora di fatto non lo è, ed è questa l’essenza delle brevi storie brevi, l’attesa del salto, verso boh da parte di non si sa chi.

Io nella vita non ho mai capito bene cosa fare, le poche volte che l’ho capito ho avuto grosse difficoltà a capire come farlo, ma una cosa l’ho sempre saputa, ho sempre saputo chi avrei voluto diventare.

Ovviamente sapere chi si è diventa molto più difficile rispetto a capire cosa si vuole fare, e sopratutto bisogna avere degli obiettivi piccoli altrimenti ci si perde.

Io mi sono posta come obiettivi questi:

-Tra una cosa facile e una cosa difficile scegli sempre quella difficile, che anche se non ne sei sicura ci sono più probabilità che sia la cosa giusta da fare.

-Gestisci sempre tu il timone della barca (in realtà questa include anche un’altra regola, cioè quando puoi includi sempre metafore marinaresche che fa tanto Hemingwey).

-Ogni volta che puoi buttati e impegnati, perché mia nonna mi diceva sempre “Fatica la fece nel letto”.

Ecco, poche regole ma buone, per il resto sono un casino, quindi non posso fare altro che buttarmi in attesa di un venerdì!

Bene! Detto questo, buon giovedì e non facciamola tanto lunga che inizia una breve storia breve.

Saper chiedere

Spesso quando faccio una battuta nessuno ride, da sempre!

Ci sono un sacco di cose che fanno ridere solo me.

Ho provato a chiedere a Google come mai, e Google mi ha detto che con molta probabilità ho la sindrome di Asperger in forma lieve.

Oggi mi fa un po’ male la gola.

Ho provato a chiedere a Google di farmi vedere foto di gattini.

Va meglio.

Bella la luna

E’ notte.

Mi viene voglia di andare sul terrazzo, non è tanto freddo.

Apro la porta, devo tirare su l’avvolgibile ma fa un rumore tremendo.

Sembra un misto tra un velociraptor e un carretto, non so se ho reso l’idea. Sta di fatto che per andare fuori devo per forza tirare su questo avvolgibile ma anche se cerco di farlo con delicatezza non c’è niente da fare, il rumore è inquietante. Alle tre di notte non dev’essere piacevole essere svegliati così.

Esco fuori, c’è una luna bellissima, non si vedono le stelle, si vedono solamente le nuvole che corrono veloci, sono bellissime da guardare. Nel palazzo solamente io sono sveglia.

Nel silenzio ripenso a quando io, nella notte, ho sentito gli avvolgibili fare rumore, ma non ho provato fastidio.

Mi piace il pensiero che qualcuno sia sveglio mentre io dormo. Mi fa sentire parte del mondo anche quando non sono in grado di esserlo.

Far parte del mondo è una scelta, si può fare o meno, l’importante è capire come. Si fa parte del mondo quando si prende una posizione, di qualunque tipo, quando si sceglie che lavoro fare e si rinuncia ad un lavoro magari più comodo, lo si fa quando si sceglie di condividere la vita con un’altra persona o quando si sceglie di non farlo, quando si decide di tornare sui propri passi o si sceglie di andare avanti comunque. Va da sé che quando si dorme non si può fare tutto questo. Ma quando senti il rumore dell’avvolgibile in mezzo alla notte tu sai che c’è qualcuno sveglio, che ha scelto di guardare la luna mentre tu hai scelto di non fare niente, e questo lo trovo un pensiero confortante.

Sì perché quando qualcuno sceglie, invece di farsi scegliere, in realtà sta pensando anche a te. Un mondo di persone che scelgono è un mondo di persone migliori. Poi la vera figata è che quando scegli, non solo stai scegliendo ma stai dimostrando a qualcun’altro che scegliere è possibile, lo stai dimostrando anche a chi, purtroppo, nella vita non può scegliere niente. E allora io penso, vabbè, è notte, mi sveglio alle tre perché qualcuno ha scelto di guardare la luna, però lo ha scelto anche per me e mi ha fatto capire che, se lo voglio veramente, posso guardarla anche io ‘sta luna alle tre di notte.

Oh… bella eh…bellissima… però anche sotto il piumone non si scherza.